IL PARADOSSO DI NICODEMO


Editoriale del 26 ottobre 2026

Ci sono immagini che, emergendo dall’infanzia più remota, col tempo si rivelano profetiche, assecondando moti dell’animo che ci appartengono nel profondo.

Una di queste ha sempre esercitato su di me un’attrazione quasi ipnotica. Si tratta del tragico Cristo duecentesco detto di Nicodemo, che mostra Gesù nell’attimo in cui lo sguardo si disconnette ed esala l’ultimo respiro. Una scultura in legno di pero che si trova nella chiesa di San Francesco a Oristano.

L’opera presenta vistose distorsioni anatomiche, a lungo attribuite a una debordante passione espressionistica dell’ignoto autore, secondo i canoni del Gotico doloroso. In una pubblicazione del 1971, però, lo storico dell’arte Remo Branca aveva giustamente osservato che quelle distorsioni non erano affatto errori o capricci gotici, ma alterazioni volute dall’autore che, prevedendo una visione dal basso, aveva assecondato la prospettiva, enfatizzandola per esasperare la tragicità dell’attimo. Infatti, osservata dal basso, la figura appariva ancora un po’ alterata, ma molto meno sproporzionata.

Da allora, la lettura dell’opera si adeguò a questa plausibile interpretazione. Ma ancora il suo enigma non era stato decifrato.

La soluzione arrivò nel 2001, grazie a un vero e proprio colpo di fortuna.

La chiesa era semivuota e stavo fotografando l’opera per l’ennesima volta quando, trovandomi molto a ridosso della croce, leggermente sulla destra, nel mirino mi apparve il miracolo: da un punto preciso il Cristo di Nicodemo, come per incanto, aveva dissolto tutte le sue sproporzioni.

Perfettamente.

Un solo, piccolo punto d’osservazione per una sola persona.

Che io sappia, non esiste un’altra grande scultura con questa prerogativa.

Ma chi poteva essere quella persona?

La risposta potrebbe giungere dal Vangelo di Giovanni (19,25-26), che racconta come presso la croce si trovasse sua madre, insieme ad altre donne.

Sua madre, dunque.

Quello poteva essere il posto di Maria.

Non possiamo esserne certi, non vedo però un’ipotesi migliore.

Ma non è finita: la scoperta nascondeva un paradosso sconvolgente.

Un paradosso che determinava il senso profondo, vertiginoso, dell’opera e poneva il Cristo di Nicodemo nell’empireo dei più importanti, affascinanti e sconcertanti capolavori della storia dell’arte.

Se è vero, infatti, che ogni opera d’arte, per vivere, ha bisogno di qualcuno che la contempli e, contemplandola, la completi, il Cristo di Nicodemo pretende molto di più: esige che chiunque guardi da quel punto entri fisicamente nell’opera, diventandone parte integrante.

E nessuno potrà mai vedere quest’opera nella sua interezza.

Infatti, chi la osserva dall’esterno vede una figura umana ai piedi di un Gesù anatomicamente deformato. Chi invece occupa il posto della madre vede finalmente il Cristo nelle sue proporzioni perfette, ma non può vedere se stesso, pur essendo diventato parte indispensabile dell’opera.

Ecco, dunque, il paradosso: quest’opera si compie soltanto a condizione di non poter essere vista nella sua compiutezza.

Dal lontano 2001 ho cercato in molti modi di diffondere il segreto di questa straordinaria opera d’arte, ma non ci sono riuscito. Ne ho persino raccontato la genesi in una tragedia intitolata “Il posto della madre”, inserita nel volume “Cammellini che entrano ed escono dalle orecchie”, pubblicato da Bompiani nel 2015, ma quasi tutti hanno pensato si trattasse di un’invenzione letteraria. Così, nonostante questa scoperta sia verificabile da chiunque si collochi in quel preciso punto, non ne è seguita alcuna eco significativa.

Se però andrete a Oristano e, nella chiesa di San Francesco, occuperete quel posto sotto la croce, accadrà qualcosa che vi riguarda.

Filippo Martinez (Storico dell’arte)

“Si tratta del tragico Cristo duecentesco detto di Nicodemo, che mostra Gesù nell’attimo in cui lo sguardo si disconnette ed esala l’ultimo respiro.” Da IL PARADOSSO DI NICODEMO – Editoriale di Filippo Martinez (Storico dell’arte)


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