“Se con il cinema si copia il reale, non si riproduce, poi, la realtà. La realtà, al cinema, si trova e poi si esprime guardando per prima cosa dentro se stessi. Siamo noi la misura, e la faccia, della realtà”. Parola di Akira Kurosawa, uno dei più grandi maestri della storia del cinema. La realtà è un malinteso perché la realtà non è quella che crediamo che sia, cioè il nostro ricordo “oggettivo” di un evento. L’uomo non fa che mentire a se stesso per sopravvivere: l’unico modo di non suscitare il disgusto di sé a se stessi e agli altri è risistemare il passato a proprio modo, come torna comodo. I personaggi di “Rashomon”, il capolavoro di Kurosawa (e uno dei dieci film più importanti della storia del cinema) non raccontano quello che è successo, ma quello che vorrebbero fosse successo. Di sicuro c’è solo che un samurai è stato trovato morto con un pugnale nella pancia e che il fattaccio è accaduto in un bosco, da sempre simbolo dell’intrico della vita, vista come un labirinto borgesiano, una selva dantesca o una foresta ariostesca dove ci si perde ed emergono gli impulsi peggiori (ma anche un luogo dell’inconscio freudiano). Su come sono andate le cose, invece, i racconti dei tre testimoni (un taglialegna, un prete e un bandito) divergono completamente: l’egoismo del nostro io spinge tutti i personaggi a manipolare la realtà per sentirsi migliori (perfino il morto, evocato da una maga medium). “Gli uomini non hanno il coraggio di dire la verità neanche a se stessi: ricordiamo solo quello che ci fa comodo, pronti a credere il falso quando ci conviene”, dice la battuta chiave del film, per concludere che “gli uomini sono un vero mistero”. Il finale ha però un risvolto morale che vorrebbe responsabilizzarci: anche se la realtà è un malinteso, i fatti stessi sono indecifrabili e nel mondo non ci si capisce nulla, anche se non si sa qual è la verità, anche se è impossibile distinguere tra chi ha ragione e chi ha torto (si insinua anzi il dubbio che siamo tutti bugiardi e anche in questo film i personaggi sono tutti negativi), bisogna comunque aiutarci reciprocamente (la solidarietà è rappresentata dal taglialegna che decide di adottare un neonato abbandonato). Ai produttori che inizialmente protestarono con il regista, accusando il film di essere “incomprensibile”, Kurosawa rispose: “È il cuore umano che è incomprensibile!”. Quando poi, in seguito al clamoroso successo, si attribuirono in molte interviste il merito del film, Kurosawa dichiarò di avere avuto una prova ulteriore della capacità degli uomini di manipolare, pur inconsciamente, magari in buona fede, la verità dei fatti.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)
Questa sera alle 21 e, in replica a mezzanotte, nella seconda parte della trasmissione “Panorama sardo” su Telesardegna (canale 13 del digitale terrestre e canale 822 su Sky e Tivùsat) andrà in onda la lunga INTERVISTA DI VALERIO VARGIU A FILIPPO MARTINEZ E GIANLUIGI GESSA SUL NUOVO ANNO ACCADEMICO DELL’UNIVERSITÀ DI ARISTAN che comincerà domani alle 19:30 presso l’aula magna del Seminario Arcivescovile in via Cogoni a Cagliari.
Per informazioni www.aristan.org
“Gli uomini non hanno il coraggio di dire la verità neanche a se stessi: ricordiamo solo quello che ci fa comodo” Da SIAMO NOI LA MISURA E LA FACCIA DELLA REALTÀ – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)



